Una nuova crisi creata dai populisti

Nel 2011, mentre la crisi finanziaria si diffondeva dall’America all’Europa, ho fatto alcune previsioni. L’Eurozona non si sarebbe frammentata, ma avrebbe aggiunto alcuni nuovi membri. Tuttavia, la Gran Bretagna avrebbe votato per uscire dall’Ue e i conflitti nel medio oriente sarebbero aumentati”. Inizia così l’estratto di una nuova edizione del libro “The Ascent of Money: Populists reaped the rewards of the financial crisis” di Niall Ferguson sugli effetti della crisi economica nelle democrazie occidentali. Lo storico britannico crede che gli effetti politici della crisi finanziaria non siano stati così diretti come credono in molti: “Se lo fossero stati, oggi Bernie Sanders sarebbe presidente degli Stati Uniti e Jeremy Corbyn primo ministro in Gran Bretagna. Dopo tutto, i politici della sinistra radicale sono stati i primi ad aver proposto il carcere per i banchieri, considerati responsabili della crisi”. Eppure, i partiti di destra sono i primi ad avere beneficiato dei contraccolpi della crisi e questo, secondo Ferguson, è un paradosso. Donald Trump non ha mai avuto paura di rimarcare la sua vicinanza ai banchieri americani, screditati dalla crisi finanziaria. Nel maggio 2016 l’allora candidato presidente disse in un’intervista di “essere amico delle banche. Muoiono dalla voglia di fare affari con me”, e ha nominato molti ex banchieri della Goldman Sachs ai vertici della sua amministrazione. La storia aiuta a capire perché la crisi finanziaria fa guadagnare molti più consensi all’estrema destra che all’estrema sinistra. “In galera i banchieri” è uno slogan potente, ma attribuire i problemi economici agli stranieri e agli immigrati è una strategia politicamente ancora più efficace.
Il grande potere psicologico delle tesi di estrema destra è il motivo per cui questi partiti sono spesso i maggiori beneficiari della crisi economica. La storia è piena di cicli recessivi, al termine dei quali molto spesso la destra sconfigge la sinistra. Per Ferguson la spiegazione è di natura socio-economica: i perdenti della crisi finanziaria non provengono dalla working class, che ha relativamente poco da perdere, ma dalla classe media. Dunque, il messaggio classico socialista – più redistribuzione fiscale e interventi pubblici – non ha una forte presa su questo ceto. Invece, le proposte dell’estrema destra – come il controllo dell’immigrazione e il protezionismo – sono più allettanti per la classe media impoverita. L’ascesa del populismo non è solo un effetto della crisi economica, ma è il risultato di molte variabili: l’aumento degli stranieri, degli immigrati e delle diseguaglianze. La crisi finanziaria ha alimentato la rivolta popolare, ma non ne è stata la sola causa. Questo spiega il motivo per cui i principali beneficiari della rivolta – tra cui i brexiteers e la squadra economica di Trump – sono i sostenitori della deregolamentazione fiscale. “La storia finanziaria è un indicatore più affidabile rispetto all’economia o alla scienza politica – conclude Ferguson –. Dieci anni fa i populisti di destra erano i cavalli su cui puntare. Oggi farei un’altra scommessa: che questi cavalli pazzi, con le loro criniere bionde e i loro deficit galoppanti, ci stiano spingendo verso un’altra crisi finanziaria”.